
Il museo come spazio possibile: pratiche e prospettive di ricerca
Neurodiversità e pratiche di accessibilità per ripensare l’esperienza museale
Per gran parte della mia vita mi è stato detto che avrei dovuto fare una maggiore fatica rispetto alle altre persone: a scuola, nei contesti sociali, nel trovare il mio posto. Molte delle energie che impiegavo per adattarmi non venivano riconosciute. Servivano semplicemente per avvicinarmi a uno standard pensato per persone neurotipiche.
In questo modo la differenza restava sempre presente, ma raramente nominata.
Crescendo ho scoperto però che esisteva uno spazio in cui il mio modo di stare al mondo trovava una forma diversa di respiro: l’arte. I musei e le mostre sono stati per me luoghi necessari, di decompressione. Allo stesso tempo mi rendevo conto che alcuni musei erano più accoglienti di altri, mentre in certi casi l’esperienza risultava difficile, se non addirittura ostile.
È da questa esperienza che è iniziata la mia ricerca sull’accessibilità museale.
Quando mi sono trasferita a Roma ho iniziato a incontrare per la prima volta parole come abilismo e abilismo interiorizzato. Comprendere questi concetti ha significato riconoscere che molte difficoltà non erano legate alle persone, ma ai contesti progettati per un unico tipo di funzionamento.
Negli ultimi vent’anni il paradigma della neurodiversità ha iniziato a mettere in discussione proprio questo presupposto. Introdotto alla fine degli anni Novanta all’interno delle comunità autistiche online, e successivamente sistematizzato in ambito sociologico, il termine propone di leggere la varietà dei funzionamenti neurologici come parte della diversità umana, analogamente alla biodiversità. In questa prospettiva la questione non è ‘correggere’ le differenze, ma interrogare gli ambienti che producono esclusione.
Se questo dibattito è ormai centrale in molti ambiti educativi e sociali, nel campo museale la sua applicazione resta ancora disomogenea. Molti musei continuano a pensare l’accessibilità come un intervento tecnico: una rampa, una didascalia semplificata, un video dedicato. Strumenti importanti, ma che spesso non mettono in discussione il modo in cui l’istituzione immagina il proprio pubblico.
È proprio in questa distanza tra teoria e pratica che si inserisce la mia ricerca.
Questo progetto di dottorato nasce dal tentativo di capire come i musei possano diventare luoghi realmente abitabili anche da persone neurodivergenti, non con adattamenti occasionali ma attraverso un ripensamento delle pratiche educative e relazionali.
Una parte centrale di questa ricerca si è sviluppata sul campo insieme all’associazione Fateci Posto APS, nata a Roma come spazio di relazione per adolescenti e giovani adulti neurodivergenti ad alto bisogno assistenziale. L’incontro con l’Associazione ha permesso di trasformare la ricerca teorica in un’esperienza concreta.
In questi anni abbiamo realizzato 60 visite museali accessibili in diversi musei romani, costruendo progressivamente una metodologia di lavoro, che prende forma da un presupposto semplice: una visita museale non è una lezione, ma un’esperienza relazionale.
Per questo motivo la progettazione non riguarda solo i contenuti, ma anche il contesto sensoriale, i tempi della visita, la costruzione della fiducia nel gruppo. Alcuni dispositivi si sono rivelati particolarmente utili: la preparazione dell’esperienza attraverso storie sociali personalizzate che anticipano le tappe della visita; la possibilità di sostare davanti alle opere senza tempi rigidi; la ripetizione delle visite nello stesso museo per costruire familiarità con lo spazio.
Un altro elemento imprescindibile è stato portare le attività dentro le sale del museo, evitando la separazione tra pubblico ‘generale’ e pubblico ‘speciale’. Questo piccolo spostamento ha generato spesso effetti significativi: il museo smette di essere uno spazio da osservare a distanza e diventa un luogo da abitare.
Nel tempo mi sono resa conto che la questione centrale non era solo metodologica, ma anche politica.
I disability studies sottolineano come l’accessibilità significhi interrogare chi ha il potere di definire cosa sia un’esperienza culturale ‘normale’, quali comportamenti siano considerati appropriati e quali invece deviino dal modello neurotipico. Nel caso delle neurodivergenze, questi confini diventano particolarmente visibili: tempi di visita serrati, ambienti iperstimolanti e comunicazione unidirezionale sono elementi che possono rendere il museo uno spazio difficile da attraversare.
Per questo, nel corso della ricerca, è emerso un principio diventato centrale nel nostro lavoro: abbassare il livello di aspettative per aumentare il livello di fiducia. Abbassare le aspettative significa sospendere l’idea di una visita ‘corretta’ da seguire passo dopo passo. Aumentare la fiducia significa riconoscere che ogni persona può trovare modi diversi di entrare in relazione con le opere, con lo spazio e con gli altri.
Quando questo accade, succede che il museo smette di essere solo un luogo di trasmissione del sapere e diventa uno spazio di autodeterminazione culturale. Le persone si fermano spontaneamente davanti a un’opera, tornano più volte nello stesso museo, costruiscono relazioni con lo spazio. Non perché devono farlo, ma perché scelgono di farlo. In questo senso la conoscenza neurodivergente non è semplicemente un oggetto di studio, ma una prospettiva che può trasformare il modo stesso in cui pensiamo le istituzioni culturali.
Non si tratta soltanto di chiedersi come rendere accessibile un museo ma piuttosto come può un museo lasciarsi trasformare dalle persone che lo attraversano.
Per approfondire
Freire, P. (2002). La pedagogia degli oppressi (C. Alziati & L. Bimbi, Trans.). EGA. (Original work published 1968).
hooks, b. (2022). Insegnare comunità: Una pedagogia della speranza (feminoska, Trans.). Meltemi. (Original work published 2003).
Taylor, S. (2021). Bestie da soma: disabilità e liberazione animale (feminoska, Trans.). Edizioni degli animali. (Original work published 2017).
Walker, N. (2021). Neuroqueer Heresies: Notes on the neurodiversity paradigm, autistic empowerment, and postnormal possibilities. Autonomous Press.